Fine vita, una riflessione della Facoltà teologica del Triveneto: «Promuovere la vita, contro l’accanimento terapeutico»

Nel dibattito sul “fine vita”, in vista del nuovo voto del Consiglio regionale del Veneto, la Facoltà teologica del Triveneto propone un contributo alla riflessione attraverso un intervento di Giorgio Bozza, docente di Teologia morale. L’auspicio è che il confronto possa rappresentare, anche per le comunità cristiane inserite nella società civile, un’occasione di crescita e di dialogo sui temi che riguardano la vita umana.

Il punto di partenza è la necessità di chiarire che cosa si intenda realmente quando si parla di “fine vita”. Il tema, infatti, non riguarda soltanto il suicidio assistito, ma comprende questioni differenti quali la sedazione palliativa profonda, le cure palliative, le disposizioni anticipate di trattamento, la pianificazione condivisa delle cure e il consenso informato.

La riflessione richiama in questo senso anche il documento “Suicidio assistito o malati assistiti?”, pubblicato il 18 ottobre 2023 dai Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneto insieme alla Commissione per la Pastorale della Salute. Un titolo che già esprime una precisa prospettiva: porre al centro la persona malata e la responsabilità della comunità nell’accompagnarla.

Il valore della cura e il rifiuto dell’accanimento terapeutico

Nel contributo viene ricordato come la Chiesa si sia espressa da tempo contro l’accanimento terapeutico, già nel 1980 con il documento Iura et Bona e, più recentemente, nel 2020 con Samaritanus Bonus. Al centro vi è una concezione della persona nella quale la vulnerabilità non costituisce un elemento marginale, ma una dimensione propria dell’esistenza umana.

La riflessione richiama così il rischio di passare dall’ostinazione terapeutica al pericolo opposto dell’abbandono terapeutico. Quando non è più possibile guarire, rimane infatti possibile curare, accompagnare e alleviare la sofferenza attraverso le cure palliative. Come sottolineato dai Vescovi del Triveneto, il compito della comunità civile e del sistema sanitario è «assistere e curare, non anticipare la morte», nella consapevolezza che «il paziente inguaribile non è mai incurabile».

Particolare attenzione viene riservata anche alle possibili conseguenze sociali di una concezione esclusivamente individuale dell’autodeterminazione. Il documento dei Vescovi aveva definito il suicidio assistito una possibile «scorciatoia», mettendo in guardia dal rischio che la persona malata possa arrivare a percepirsi come un peso e che la collettività riduca progressivamente il proprio impegno nell’accompagnamento dei malati terminali.

Il ruolo delle Regioni e delle cure palliative

La riflessione affronta anche il piano istituzionale. Le sentenze della Corte Costituzionale, viene ricordato, hanno individuato circostanze ristrette nelle quali l’aiuto a morire non è punibile, senza introdurne una generale legalizzazione. Il contributo richiama inoltre il ruolo attribuito al Parlamento e pone la questione dei margini entro i quali possano intervenire i singoli Consigli regionali.

Proprio alle Regioni, tuttavia, spettano importanti responsabilità sul versante dell’assistenza. Tra le priorità indicate figurano l’operatività dei Comitati etici, la diffusione delle cure palliative, la formazione del personale sanitario e il potenziamento degli hospice, compresa l’assistenza domiciliare. È su queste competenze, sottolinea la riflessione, che si misura concretamente la capacità delle istituzioni di prendersi cura delle persone più fragili.

Uno «spazio etico» per un confronto non ideologico

L’auspicio conclusivo è che il confronto sul fine vita possa superare la contrapposizione ideologica e diventare un’occasione di approfondimento anche all’interno delle comunità cristiane.

I Vescovi del Triveneto hanno invitato a favorire uno «spazio etico» nel dibattito pubblico, nel quale sia possibile confrontarsi con questioni complesse senza ridurle a schieramenti contrapposti. Una prospettiva che richiama anche il lavoro del Comitato Nazionale per la Bioetica sulla vulnerabilità e sulla cura nel welfare di comunità.

La direzione indicata è quella di una cultura capace di mettere al centro la vita, la relazione e la cura, nella consapevolezza – richiamata dalla Laudato si’ – che «tutto è connesso»: la tutela della vita umana, l’attenzione alle persone vulnerabili, la responsabilità della comunità e la costruzione del bene comune.

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